martedì 24 aprile 2012

per favore


Blitz romano. Spunti di ogni tipo, sparsi. Zero tempo da dedicare a riordinare le idee e le emozioni. Neppure le ricette riesco ad organizzare o testare. Ci provo con un paio di foto, poi corro a farmi una zuppina riequilibrante, a compensare l'abbuffata di cibo, cielo e sensazioni con cui Roma mi ha travolta ed atterrata in queste poche ore di permanenza.



Non ho tempo per nulla, vorrei adagiarmi in questo ricordo potente a occhi chiusi perchè tornare al mondo reale è difficile. Ma si ricomincia. Magari aiutati da cibo semplice e consolatorio, per ritrovare la calma e la forza necessari per stare vicino ad una persona che sta rischiando la vita senza dirle ogni momento: "per favore, smettila..."



Zuppa di grano e spinaci

ingredienti per due persone:
100 gr. di chicchi di grano duro precotti
350 gr. di spinaci freschi
1 cipolla
40 gr. di pancetta
1 spicchio di aglio
1/2 litro di brodo vegetale caldo
1 cucchiaio di olio extravergine
2 cucchiai di parmigiano grattugiato
pepe al mulinello

Lavare bene e mondare gli spinaci; tagliare la pancetta a dadini; tritare finemente la cipolla; sbucciare e pestare leggermente l'aglio con la lama del coltello tenuta di piatto.

Lasciar struggere la pancetta nell'olio con l'aglio e la cipolla a fuoco basso, fino a che diventa trasparente.

Coprire con il brodo, portare a bollore ed unire il grano.

Cuocere a fiamma media per una decina di minuti e servire insaporito con pepe e grana.


  • rivoli affluenti:
  • dopo quasi un mese di digiuno pochissimo si è mosso. Alexandra ha deciso di scrivere le sue ragioni al Presidente della Repubblica. Chi volesse accompagnare con la propria firma questa lettera per darle il suo sostegno può firmare on line qui.

venerdì 13 aprile 2012

non si finisce mai di imparare...

Confesso con soddisfazione di poter dire questa volta non solo "non l'avevo mai fatto" ma anche "non sapevo che gusto avesse"! Quando ho visto che la ricetta per l'MTC di aprile di Menù Turistico era la torta frangipane proposta da Ambra di Gatto Ghiotto sono scoppiata a ridere: si era appena promesso di sviluppare almeno due versioni della ricetta, qualsiasi essa fosse stata, e mi ritrovo non solo con un dolce, ma proprio con una torta che non credo di aver mai mangiato in vita mia...

In questo senso diciamo che sono stata pienamente travolta dallo spirito dell'MTC, che è sostanzialmente una sfida con se stessi. Nel mio caso la prova più difficile non stava tanto nell'eseguire una ricetta mai sperimentata, anche perchè bastava seguire pedissequamente le indicazioni e le dosi di Ambra e sapevo di avere una riuscita garantita, quanto nell'inventarmi accostamenti e variazioni su sapori e consistenze di partrenza che dovevo immagirare a loro volta... perchè, frolla a parte, non avevo davvero presente come fossero!

Decido così di iniziare nel modo più semplice: riproduco una frangipane "basica" farcendola con semplice marmellata e poi me la studio, me la annuso, me la assaggio e la imparo. Ho da poco ricevuto giusto un meraviglioso barattolo di marmellata casalinga di mele cotogne, che con l'aroma di mandorla che presumo abbia la frangipane dovrebbe stare bene... ci aggiungo un profumo di vaniglia, di  limone e rosmarino e sono a posto.

L'esperimento sembra funzionare, anche se confeziono la torta in piccole porzioni: non essendo particolarmente golosa di dolci ho la possibilità di assaggiarne una per i miei esperimenti e distribuire eventualmente le altre ad amici e parenti, in modo da non andare in overdose già alla prima infornata.


Torta frangipane al rosmarino e cotogne

dosi per 4 tortierine da 11 cm.:
per la pasta frolla
200 g. di farina 00
100 g. di zucchero
100 g. di burro
1 uovo
1/2 cucchiaio di scorza di limone grattugiata finissima
1 cucchiaino di aghi di rosmarino tritatissimi, quasi a polvere
1 pizzico di sale

per la crema frangipane
100 g. di farina di mandorle *
100 g. di burro
100 g. di zucchero
1 uovo
30 g. di amido di mais
1/2 cucchiaino di aghi di rosmarino ridotti a polvere
1 goccia di essenza di vaniglia

per farcire e decorare:
5 o 6 cucchiai di marmellata di mele cotogne
2 cucchiai di mandorle a scaglie
200 ml. di panna acida (o mascarpone + 1 cucchiaio di succo di limone)
1 rametto di rosmarino

Per la frolla ridurre il burro freddo a tocchetti e lavorarlo con la punta delle dita con farina, sale e  zucchero fino ad ottenere un composto uniformemente bricioloso.

Aggiungere l'uovo leggermente sbattuto, la scorza di limone e la polvere di rosmarino e lavorare fino ad ottenee una palla di impasto omogenea e compatta, quindi avvolgerla nella pellicola e lasciar riposare in frigorifero un'ora.

Nel frattempo con una frusta montare il burro per la frangipane a temperatura ambiente con lo zucchero fino ad ottenere una crema spumosa.

Unire l'uovo leggermente sbattuto e la vaniglia sempre mescolando, quindi  incorporare la farina di mandorle, il rosmarino e l'amido di  mais poco per volta, continuando a montare (* la mia farina di mandorle è quella scura, ricavata da mandorle macinate con la pellicina).

Stendere la frolla in uno strato spesso cm. e stenderlo negli stampi foderati di carta forno, sforacchiare il fondo con una forchetta, coprire con un altro foglio di carta forno e riempirlo con uno strato uniforme di fagioli secchi.

Cuocere in forno statico a 180° per circa 10 minuti, quindi rimuovere i fagioli e la carta e infornare nuovamente per altri 5 minuti circa, lasciando poi intiepidire.

Spalmare un cucchiaio di marmellata di cotogne in uno strato uniforme sul fondo delle frolle e poi versaci sopra con delicatezza la crema frangipane, spalmandola senza premere in modo che non si misceli alla marmellata sottostante.

Cospargere con le mandorle a scaglie e  cuocere a 180° in forno statico per circa 20-22 minuti, fino a che è dorata in superficie ma morbida al taglio, e lasciar raffreddare su una gratella prima di sformare.


Poco prima di servire miscelare la panna acida 1 cucchiaio di marmellata di cotogne e servirne una cucchiaiata a fianco di ogni tortina, decorando con un ciuffetto di rosmarino.


Ora so. Ho capito cosa dovrebbe essere una torta frangipane... o meglio: so come è venuta la mia seguendo le istruzioni, dunque posso partire con una variante più creativa, in modo da riportare il concetto di "torta dolce" dentro gli strani confini del mio gusto personale. In realtà con i dessert ho in genere la fantasia più pigra e mi vengono in mente prevalentemente accostamenti salati. Uffa...

Sì, ma... chi mi impedisce di partire da un ingrediente tradizionalmente non dolce?! In fondo i Giapponesi (e te pareva...) non farciscono i loro dolcetti con l'anko, la marmellata di fagioli azuki?

E allora perchè non usarli "dentro" la torta, quei fagioli che dovrebbero servire solo a non far gonfiare la frolla? In fondo se addolciti invece che salati il loro sapore assomiglia a quello delle castagne, che con le mandorle ci stanno pure bene. Vai così con la seconda torta, questa volta coraggiosamente intera e con la frolla versione Michel Roux (per le basi di pasticceria preferisco non inventarmi nulla e andare sul sicuro, non mi fido troppo di me)...


Torta frangipane ai cannellini, cioccolato bianco e Grand Marnier
dosi per 2 tortiere da 22 cm.
per la frolla:
250 gr. di farina
125 gr. di burro
1 cucchiaio e 1/2 di zucchero (Roux ne usa di meno ma a me non serve una base neutra...)
1 uovo
40 gr. di acqua ghiacciata
la scorza di 1/2 arancia (Roux non la usa)
1 pizzico di sale

per la frangipane:
gli stessi ingredienti e dosi della ricetta qui sopra ma senza rosmarino e vaniglia
1/2 cucchiaio di Grand Marnier

per farcire e decorare:
250 gr. di cannellini secchi
50 gr. di cioccolato bianco
2 cucchiaio di Grand Marnier
1 baccello di vaniglia
50 gr. di zucchero
1/2 cucchiaio di scorza di arancia grattugiata finissima
1 uovo

Ammollare i fagioli cannellini per una notte, sciacquarli e metterli in un tegame (meglio di coccio) con il baccello di vaniglia 1 cucchiaio di zucchero, versare acuq fredda a superare di un dito il livello dei fagioli, coprire, portare a bollore e cuocere poi a fuoco basso per circa un'ora e mezza.


Nel frattempo preparare la frolla miscelando la farina con il burro morbido a dadini, l'uovo leggermente sbattuto, lo zucchero e il sale, lavorando in punta di dita.

Aggiungere l'acqua fredda fino a che l'impasto da grumoloso diventa compatto, avvolgere in pellicola e lasciar riposare in frigo fino a che gli altri infredienti sono pronti.

Passare i fagioli quando sono ancora caldi, eliminando eventuali bucce. Se si preferisce frullarli vanno prima tutti sbucciati.

Incidere per il lungo la stecca di vaniglia spremerne sui fagioli il liquido contenuto e raschiarne i semini sopra il passato di cannellini, poi unire lo zucchero rimasto, il liquore, la scorza d'arancia, il tuorlo leggermente sbattuto e l'albume montato a neve, amalgamando il tutto con delicatezza.

Preparare la crema frangipane come nella ricetta precedente, ovviamente senza rosmarino e vaniglia ma unendo anche il liquore.
Preparare i gusci di frolla come nelle tortine precedenti, spalmarvi la crema di cannellini, cospargerla con metà del cioccolato ridotto in bricioline, coprire il tutto con la frangipane e cuocere a 180° in forno statico per circa 35 minuti.


Lasciar raffreddare il dolce e servire spolverizzando con il resto del cioccolato bianco ridotto in briciole grossolane (oppure decorando con scorzette d'arancia rivestite di cioccolato, ma non le avevo...).


Queste le due proposte per l'MTC di aprile che dovrebbero avermi aiutato a correggere un pochino la mia gigantesca ignoranza in tema di frangipane. Un ringraziamento sincero ad Ambra ed un ultimo appello alle altre due giudici: ora che mi avete fatto mangiare torte per una settimana aspettate un po' prima di riproporre altre ricette di pasticceria... vero?!


  • rivoli affluenti:
  • la marmellata di cotogne è un regalo di Alexandra, che spero possa tornare presto a gustarsene qualche bella cucchiaiata...
  • ovviamente per la frolla della seconda torta faccio riferimento a: Michel Roux, Frolla & Sfoglia. Teoria e pratica dell'impasto, Guido Tommasi.

mercoledì 11 aprile 2012

imbrunire

Imbrunire. A casa da poco, la fatica di una giornata di lavoro sulle spalle, Bruna leva le scarpe e si siede sul letto. La pioggia picchietta sul tetto, da fuori si sente il cinguettio degli uccellini nascosti tra i rami dell'acero di fronte a casa.

Uccellini e pioggia? Non so - pensa Bruna - mi sembra di non averli mai sentiti cantare insieme. Ma quante cose si è persa, mentre viveva? Troppo occupata a correre, a badare che tutto seguisse l'ordine prefissato, che i problemi venissero risolti, i risultati accantonati, gli insuccessi dimenticati. Troppo occupata. Già.

E ora siede qui sul letto, da sola, e si accorge che gli uccellini possono catare mentre piove, che la luce è dolce all'inizio della sera, che il sollievo di fine giornata non sta solo nel liberare i piedi dalla tortura dei tacchi. Che sono anni che non sa di vivere. E forse è ora di guardare fuori.

La notte è calata, l'acero ora tace, nel buio. La pioggia continua a cadere. Lei sorride, poi ride, poi torna a sorridere. Rimanere assente dal resto del mondo non ha più senso. Allunga la mano e prende il telefono.

Dopo una bella doccia, lunga, e poi tornerà a cucinare. Ci vuole qualcosa di cremoso e dolce questa sera, si dice Bruna. Caldo e semplice, magari un po' anni '80, per uscire da memorie e rimpianti e toccare con mano che la vita è qui e ora.

Sarà pronto tra un'ora. Dosi per due.


Crema di carciofi anni '80

ingredienti per 2 persone:
4 carciofi sardi
1/2 stecca vaniglia
1/2 cucchiaio di timo
2 cucchiai panna da cucina
2 cucchiai di olio extravergine
sale
pepe al mulinello

Mondare i carciofi eliminando foglie dure e barbe interne e tagliarli a spicchi, mettendoli a mano a mano a bagno in acqua fredda acidulata con aceto o succo di limone per evitare che anneriscano. Tagliare anche i gambi a pezzetti da 4 cm. levando lo strato più esterno con il pelapatate.

Sciacquare i carciofi, disporli in un tegame dove stiano in uno strato solo, versarvi un dito di acqua ed unire l'olio, 3 o 4 grani di pepe, il timo ed un pizzico di sale.

Incidere per il lungo la stecca di vaniglia, grattarne via i semini con la punta di un coltello ed unire ai carciofi sia i semi che la bacca aperta.

Coprire e cuocere a fuoco medio per 10 minuti, scolare i carciofi, eliminare la stecca di vaniglia e passare al passaverdure prima i gambi, più fibrosi, poi i cuori, tenendone da parte due spicchietti per la decorazione. Pulire di frequente il disco del passaverdure e, se serve, aiutarsi con qualche cucchiaio del liquido liquido di cottura.


Scaldare il passato di carciofi, allungando a piacere con il brodo di cottura, unire la panna, regolare di sale e pepe e servire decorato con un pezzetto di vaniglia, una spolverata di pepe e gli spicchi di carciofo.

  • rivoli affluenti:
  • la ricetta in realtà è inventata, citando come memoria familiare le lattine di zuppa Campbell che ai tempi ci sembravano chissà che raffinata specialità gourmet...
  • magari, diluita ancora di più tanto da poterla bere, potrei provare a proporla anche ad Alexandra

domenica 8 aprile 2012

una preghiera implicita

Il chawanmushi, questo sconosciuto.  Qualche giorno fa ho discettato perfino su come definirlo (budino salato? custard giapponese? flan di uova e brodo?), mi son fatta venire l'acquolina in bocca al solo pensiero e poi, travolta dalle parole, ho finito per deviare su altre strade, più dolci e nostrane.

Colpevole di aver lasciato a bocca asciutta i palati irrimediabilmente filonipponici (tipo il mio), per compensare qui ne racconto due versioni. Stesso procedimento, due stili di ingredienti: uno davvero giapponese, che cito tra parentesi, l'altro in tema decisamente pasquale, visto che oggi è proprio il giorno in cui si celebra la rinascita e la tradizione vuole che sia protagonista sulla tavola l'alimento che meglio la rappresenta, ovvero l'uovo.


Fosse stato per me, viste le odierne necessità consolatorie acuite da situazioni che non si sbloccano, avrei potuto mettere in tavola solo piatti giapponesi, per me ad altissimo potere confortante. Ma (qualcuno dice "per fortuna!") in famiglia non la vedono tutti così... e ho deciso per una mediazione.

La presentazione è dunque giapponese ma i sapori, per una volta, sono decisamente occidentali. In questo caso servo questo chawanmushi italianizzato come antipasto pasquale, al posto dell'insalatina con le uova sode che solitamente apre il pranzo di famiglia. E la cosa non dispiace a nessuno.

Tutto oggi finisce comunque per essere un po' più minimal del consueto. Una sorta di Pasqua del raccoglimento, una preghiera implicita, in attesa di poter davvero parlare di rinascita. O almeno di una qualsiasi forma di ripartenza...


Chawanmushi pasquale - Crema salata (giapponese) di uova
per 4 persone:
3 uova medie
480 ml. di brodo di pollo (brodo dashi)
1 cucchiaio e 1/2 di di salsa di soja
1 pizzico appena di zucchero (1 cucchiaio di mirin)
1 cucchiaino di vermouth bianco (sakè)
8 gamberi
60 gr. di petto di pollo
1 mazzetto di spinaci (1/2 cucchiaio di alghe secche wakame)
1 cucchiaio di piselli freschi
1 cucchiaio di favette fresche sgusciate e spellate (4 castagne d'acqua cotte)
sale

Mettere ad insaporire i gamberi sgusciati e il pollo tagliato a dadini da 1 cm. per una decina di minuti con 1 cucchiaino di soja e il vermouth (sakè).

Scottare velocemente a vapore gli spinaci, tagliuzzarli grossolanamente e strizzarli da eventuale acqua in eccesso. (Mettere a bagno le alghe fino a che sono belle gonfie, scolarle, tagliuzzarle e tamponarle)

Scottare 1 minuto i piselli freschi  e le favette in acqua bollente e raffreddarli subito sotto l'acqua corrente.

Sciogliere nel brodo (dashi) caldo o tiepido il resto della soja, lo zucchero (il mirin) e un pizzichino di sale.

Sbattere le uova senza incorporare troppa aria, in modo da ottenere una crema omogenea ma senza bollicine e diluirle poi con il brodo (dashi) aromatizzato.

Distribuire gamberi e pollo con il loro fondo, piselli, fave (castagne) e spinaci (alghe) in 4 tazze resistenti al calore.

Versare in ogni tazza 1/4 della miscela di uova, rimanendo circa un paio di centimetri sotto il bordo, quindi sigillare le tazze con pellicola da cucina, in modo che non entrino eventuali gocce di acqua.

Disporre le tazze in una pentola larga e versarvi attorno acqua bollente fino a circa 1/3 dell'altezza delle tazze.


Mettere sul fuoco, coprire e, da quando riprende il bollore, cuocere per circa 15 minuti; i chawanmushi saranno pronti quando le uova sono compatte e morbide tipo un budino ed affiora eventualmente un leggero strato di brodo sui bordi.

Levare la pellicola, coprire eventualmente con un coperchio di ceramica per mantenere la temperatura e servire caldo, decorato con una foglia di  di prezzemolo (o mitzuba).


In alternativa o in aggiunta a gamberi e verdure si possono usare, in base alla stagione ed alla "giapponesità" o meno che si vuole conferire al chawanmushi: funghi freschi a fettine sottili, funghi shijtake stufati*, dadini di pesce bianco, tronchetti di surimi o kamaboko, noci ginko in scatola (ma io uso anche lupini...), zenzero fresco a filetti, scorza di limone o yuzu e così via. Le proporzioni tra uova e brodo restano sempre le stesse.

(* shijtake? Certo: 4 funghi secchi privati del gambo, ammollati in acqua per mezz'oretta e poi stufati con 60 ml. della loro acqua filtrata, 1/2 cucchiaio di salsa di soja e 1 pizzico di zucchero.)

  • rivoli affluenti:
  • so che non è davvero liquido e dunque non posso imboccarti ma... almeno per oggi, per la tua salute, per tua figlia... fai un'eccezione... please! Dai... Alexandra...

lunedì 2 aprile 2012

la consistenza di un abbraccio

Qualche giorno fa stavo preparando un post su un piatto giapponese che adoro e non sapevo come tradurne il nome in italiano. Al di là del significato specifico della parola chawanmushi, infatti, avrei voluto che il titolo della ricetta rendesse l'idea della consistenza specifica di questa "crema solida di uova" che racchiude piccoli bocconcini a sorpresa, ma non sapevo come fare.

Poi ho pensato che c'è una preparazione italiana che conosco bene e che ha la stessa consistenza: in Piemonte tutti la conoscono come bunet o bonet ma nel resto d'Italia definiremmo un budino al cacao ed amaretti. Senza entrare poi in disquisizioni sulle differenze tra budino e flan, sulla presenza o meno di farina nel "vero" budino eccetera, quel che mi importava era aver trovato una definizione per quella specifica consistenza: il chawanmushi si potrebbe raccontare come un "budino salato".

A questo punto probabilmente sembrerebbe logico continuare a parlare del chawanmushi... Sono giornate particolari queste però, in cui agisco d'impulso e concentro tutta la parte pensante delle mie energie nel sostenere una causa davvero impegnativa, che per sua intrinseca natura mi allontana dalla cucina e mi fa quasi sentire in colpa nel mangiare.

Sto ingegnandomi nell'inventarmi sostanze nutrienti ma liquide che possano essere interpretate come bevande, e dunque assunte da una persona in sciopero della fame senza venire meno ai suoi principi. Dopo il tè al latte di qualche giorno fa ci sono stati frullati di frutta fresca e zucchero diluiti con l'acqua minerale, brodini di pollo e verdura, latte caldo in cui ho sciolto biscotti frullati e cioccolato, una stracciatella passata al setaccio per lasciare qualche sostanza nel brodo anche in assenza di particelle solide...

Se continua così nell'arco di pochi giorni probabilmente dovremo chiedere a qualche medico dei consigli nutrizionali coerenti con la volontà di astenersi dal cibo che permettano però a questa persona di non subire danni fisici davvero pericolosi. Non è questa comunque la sede per approfondire il discorso, ho messo in calce il link al gruppo facebook nato attorno alla vicenda per chi fosse davvero interessato od avesse qualche consiglio utile per aiutare Alexandra.

Non parlo qui oggi dunque ne' di Giappone ne' di Varese, ma di quel dolce piemontese che ho trovato tanto affine per metodo di preparazione e consistenza finale al mio famoso "budino salato giapponese": il bunet. Perché quando si vivono stati d'animo un po' alterati la famiglia è uno dei pensieri che più ti confortano ed io una famiglia piemontese l'ho avuta davvero per un po'. E guarda caso è rispuntata proprio in questi giorni, con memorie affettuose e piccole golosità in dono.

Così mettendo insieme le riflessioni sulle consistenze con il bagnomaria del chawanmushi, gli amaretti piemontesi con tutte le mie recenti manipolazioni di biscotti frullati e cioccolato... il bunet mi si è come presentato da solo tra le mani. E mi ha aiutato a sentirmi più coccolata e meno impotente, avvolta dalla consistenza imprevista dell'abbraccio delle cose buone, che non cambiano nonostante tutto. E mi ha pure lasciato qualche cucchiaio di caramello profumato, da sciogliere nel frappè di fragole con cui riempire il termos di oggi...


Il bunet della mia (ex)-famiglia
ingredienti per 8 persone:
4 uova
250 gr. di zucchero
100 gr. di amaretti
50 gr. di cacao
500 ml. di latte
1/2 bicchierino di rum

Mettere da parte qualche amaretto per la decorazione e frullare il resto per ottenere una polvere fina. (*)

Accendere il forno a 180°statico e mettervi da subito una teglia con 2 dita di acqua ampia a sufficienza per contenere lo stampo del bunet.

Riempire lo stampo del bunet di acqua bollente e lasciarlo scaldare fino ad un momento prima dell'uso, svuotandolo ed asciugandolo poi perfettamente.

Fondere 100 gr. di zucchero a fuoco basso in un padellino e, quando ha un bel colore ambrato, versare il caramello nello stampo asciutto e caldo, ruotando il contenitore perché il caramello rivesta bene sia il fondo che i lati, consolidandosi leggermente. questa procedura eviterà che il dolce si attacchi alle pareti dello stampo.

Sbattere le uova con una frusta insieme al resto dello zucchero fino ad avere un composto liscio e ben amalgamato ma senza incorporare troppa aria.

Unire alle uova il cacao, la polvere di amaretti ed il rum mescolando con cura.

Scaldare il latte in un pentolino senza farlo bollire, spegnere prima che cominci a fremere e versarlo a filo, molto lentamente, nel composto di uova , rimestando continuamente, fino ad averlo incorporato tutto.

Versare il composto nello stampo caramellato, mettere lo stampo nella teglia di acqua bollente che è in forno e cuocere a bagnomaria circa 1 ora e 10. I tempi di cottura dipendono molto dallo stampo. Il mio è una cassetta da plumcake in alluminio pesante da 10 x 25 cm alta 6 cm., ma se si usa uno stampo più largo e basso il tempo di cottura si riduce a circa una cinquantina di minuti. La cosa importante è che l'acqua del bagnomaria non arrivi mai a bollore e che non superi in altezza 1/3 dello stampo del bunet, altrimenti il dolce non resterà compatto ma presenterà delle bollicine d'aria al suo interno.

Quando un coltello entra nel bunet uscendone quasi pulito il dolce è pronto: levare la coppia di teglie dal forno e lasciar raffreddare senza estrarre lo stampo dall'acqua. Coprire poi lo stampo piccolo con la stagnola e tenerlo in frigo almeno una notte, in modo che il bunet si assesti ed il caramello sul fondo torni a sciogliersi.

Al momento di servire rovesciare lo stampo su un piatto da portata e decorare con gli amaretti tenuti da parte, interi o sbriciolati grossolanamente.


Servire freddo oppure a temperatura ambiente, tagliando il bunet a fette spesse ed irrorandole con il caramello fuso raccolto dal piatto di portata e con quello che eventualmente rimane nello stampo.


(* la mia ex suocera piemontese, che apprezza particolarmente un bunet più aromatico, suggerisce di usare 120 gr. di amaretti frullati calcolando in più quelli per il decoro e di utilizzare liquore all'amaretto invece del rum)
  • rivoli affluenti:
  • per saperne di più sulla vicenda di Alexandra e contribuire con consigli alla soluzione del problema (o almeno alla conservazione della sua salute): Varese per Alexandra
  • AGGIORNAMENTO: Alexandra sarà ospite di Piazza Pulita stasera, giovedì 5 aprile, alle 21 su La 7 e andrà in onda un servizio sul suo caso venerdì 6 alle 17 a La Vita in Diretta su Rai 1.