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Expo Milano: quello che mi ha lasciato

Sei mesi di vicinanza fisica all'Expo di Milano, con l'Albero della Vita ed il Padiglione Italia visibili da un'autostrada che percorro spesso ed il tram che passa sotto casa mia stranamente farcito di gente di tutte le nazionalità, in direzione nord la mattina e verso sud la sera.


Sei occasioni per me di visitarla: dai primi giorni, quando ancora alcuni dettagli non erano perfetti e per i padiglioni più ambiti la coda all'ingresso non superava i 30 minuti, al penultimo giorno, in questo caso come "Inviata OrtoRomi per Expo 2015", a condividere la vitalità dello staff, animato dal sollievo per il termine della fatica, e la malinconia dei visitatori, tutti presi nello scegliere, a questo punto, non cosa visitare ma a quali padiglioni rinunciare, perché non si poteva più dire "ci torno un'altra volta"...

momento di relax di un cameriere
L'occasione offertami da OrtoRomi di assistere per l'ultima volta all'evento Expo, questa volta con grande consapevolezza e chiare idee su come trascorrere la giornata, mi ha portato a chiarire una serie di pensieri formulati nebulosamente durante le visite precedenti ma mai espressi concretamente. E a riportarli qui oggi, quando tutto è concluso e diventa più facile comprendere cosa mi abbia lasciato questa esperienza.

Scopo di Expo era riflettere sul sistema di nutrizione degli abitanti dell'intero pianeta e cercare proposte per una sostenibilità ed equità presenti e future. Alcuni Paesi manco si sono posti il problema ed hanno impostato il proprio padiglione come un'emanazione più o meno colta del proprio Ente del Turismo (penso al raffinato padiglione francese o ai golosi food truck olandesi). 

Altri hanno raccontato il proprio sistema alimentare e la propria storia, come l'Angola e la sua agricoltura al femminile, la Turchia e la sua archeologia alimentare, il sofisticato padiglione coreano, a narrare tra tradizione e tecnologia il senso del cibo fermentato.

C'è chi ha mostrato incoerenza: il bel padiglione degli Stati Uniti propagandava ad un'alimentazione sana, salvo poi proporre dietro l'angolo come "cibo tipico" il classico junk food, o il multicolore padiglione dell'Ecuador, centrato sul buen vivir e sulla cura della biodiversità, ignorava forse che nel piccolo padiglione del Vaticano uno dei filmati sulla povertà alimentare era proprio ambientato in una favela ecuadoriana.

La stessa idea dei cluster, grandiosa sulla carta ed interessante nella scelta dei temi, se ha permesso a molti piccoli Paesi di essere presenti in una vetrina internazionale non li ha però spinti mettere in luce le reali condizioni alimentari locali, ne' una strategia di reperimento delle risorse più consapevole. 

Così tante piccole realtà dalla cultura alimentare interessante sono passate sotto silenzio ed i loro stand si sono ridotti praticamente a bottegucce di souvenir. Penso al Ghana, per esempio, alla Corea del Nord e anche all'India stessa, presente in formato ridotto credo per evitare polemiche per la questione marò, ma in ogni caso occasione davvero sprecatissima.


i pochissimi prodotti locali presentati dal Ghana
Un'altra occasione persa, secondo me, è stata quella della reale proposta gastronomica dei ristoranti: moltissimi padiglioni si sono concentrati non tanto sulle specialità tipiche, stagionali e regionali, del proprio Paese, quanto sui piatti che probabilmente sarebbero stati più vendibili ad un pubblico internazionale dai gusti poco informati, e non si è fatta davvero "divulgazione gastronomica", tema sottinteso di una manifestazione tanto internazionale.


menù della Tanzania
menù del giorno polacco
menù del giorno svizzero
La stessa cosa è successa, in effetti, anche nella maggior parte degli stand regionali e nei ristoranti italiani presenti in Expo, ed una marea di piatti insoliti, sorprendenti e realmente tipici, italiani e stranieri, sono rimasti sconosciuti. 

Per il mio personale sentire si è trattato di un vero delitto, non sufficientemente compensato dalla marea di eventi gastronomici, in Expo e in città, proposti da produttori, enti di tutela e di promozione, spesso con chef rinomatissimi, che però faticavano ad arrivare al grande pubblico.

Il senso vero del tema originale secondo me l'hanno centrato in pochi, e sono stati i padiglioni che ho sentito più criticare nei miei spostamenti in tram tra le persone che rientravano dall'Expo: il Belgio con l'attenzione alle colture idroponiche e agli insetti edibili, la Svizzera con la sfida a calcolare le necessità degli altri mentre si consuma, oppure la Gran Bretagna con la proposta di un modello di distribuzione alimentare basato su quello delle api...

Tutti invece hanno curato l'aspetto esteriore del proprio padiglione con grande vigore comunicativo, e la meraviglia architettonica di tutti, ma proprio tutti i padiglioni, fascino per l'occhio e per il cuore, è stata per me uno dei motivi per visitare Expo a prescindere. 


Dal Giappone alla Malesia, dalla Cina al Vietnam, dall'Azerbaijan al Nepal fino allo stesso padiglione italiano, ho visto la bellezza, pienamente meditata e magistralmente espressa da teste pensanti e finalmente realizzata in concreto: radunate in un piccolo spazio emozioni e storie diverse che parlano ciascuna e nell'insieme sempre di assoluto. 



Nella maggior parte delle città reali ci si limita all'edilizia, soprattutto quando si tratta di abitazioni. Ma abitare architettura vera, come mangiare sano e lavorare corretto, secondo me fa parte dei bisogni indispensabili alla fioritura dell'uomo, bisogni che spesso si sono trasferiti nel campo dei desideri, relegando la "bellezza" al ruolo di astrazione e l'"armonia" a valore non applicabile alla vita vera.

Vedere che l'architettura invece esiste e che, volendo, è anche concretizzabile, mi ha aperto il cuore. Anche se il fascino prorompente dei padiglioni affacciati sul cardo principale ha spesso indotto i visitatori a non percorrere tutte le corsie laterali, che permettevano di scoprire altra bellezza minuta come i parchi verdi, i giochi di acqua, gli spazi per i bambini, quelli per il relax, le aree tematiche più defilate ma non per questo meno interessanti. Potenza dell'arte architettonica...



Tirando un bilancio di questa esperienza, che ho trovato perfettibile ma assolutamente valida, al di là di tutte le polemiche o gli incensamenti eccessivi, a questo punto sarebbe inevitabile per me, parlando di bellezza ed armonia, approfondire il ruolo del Giappone nella mia esperienza Expo. Che è il Paese che mi ha lasciato di più, dentro, tra tutti quelli presentati in Expo. Ma mi ci vorrebbero ben più di due righe. 

Dico solo per il momento che, grazie al ruolo di Inviata OrtoRomi, ho trascorso le mie ultime ore di Expo nel padiglione giapponese. E che non mi basterebbe un post per parlare anche solo di quello scorcio di giornata. 

Ma il Giappone che ho da raccontare e molto di più. E mentre cala la sera su Expo e le sue luci si accendono per l'ultima volta mi prendo ancora un momento per riordinare le idee. Poi mi si dovrà sopportare per mesi...


  • rivoli affluenti:
  • mi scuso se ho affidato la mia esperienza in Expo più alle parole che alle foto, roba non tanto adatta ad un blog. Sono fatta così: quando sono coinvolta da qualcosa tengo le immagini nel cuore e divento verbosa.

Commenti

  1. purtroppo non ho visitato l'Expo, ma devo dirti che sono ben contenta di farmene un'idea attraverso il tuo punto di vista! quindi parole e immagini...tutto sarà letto e visto con estremo piacere!

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  2. @ilaria: grazie, tu sei sempre trooooooopppppppo gentile con me!

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  3. Informazioni utili. Mi fortuna ho scoperto il vostro sito per caso, e sono scioccato perché questo scherzo del destino non ha avuto luogo in precedenza! I segnalibro esso.

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  4. Eu acho que é artigo muito interessante, os conceitos básicos que podem ajudar ..
    Obrigado para a pessoa.
    Bom dia!

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