Chissà come quelle foto mi tornavano in mente l'altra sera, al capezzale di mio padre. E pensavo quanto diversamente avrei rappresentato il dolore oggi: gli scatti avrebbero cercato di rendere in modo sinestesico le percezioni di tutti e cinque i sensi. Sì, la vista del capo chino di mia madre, il volto tra le mani ed i capelli bianchi, ma anche il leggero russare di mio fratello, abbandonato su uno sgabello appoggiato al muro, con gli occhi chiusi dopo una nottata di veglia.
E la sensazione tattile della mano di mia sorella in quella di mio padre, la cui stretta inconsapevole era ancora così forte da lasciarle il segno dell'anello inciso attorno al dito, ed il profumo del dopobarba di papà, che emanava ancora dal suo viso sofferente, pallido come mai, sul cuscino bianco sotto un'asettica luce al neon, gli occhi azzurri a fissare il vuoto in una domanda muta. Il gusto lo avrei raccontato forse attraverso il pacchetto di biscotti appoggiato sulle mia ginocchia da un compagno gentile e rimasto chiuso tutto il tempo: fame annullata, attenzione rivolta totalmente ad altro.
Sono immagini che però non ho scattato. Invece del dolore di ieri, oggi non mi interessano cavalli neri o stanze bianche ma quello che c'è stato nei 93 anni precedenti. Preferisco parlare delle sinestesie innescate dai ricordi positivi. Inutile raccontare la storia di mio padre: a chi lo conosceva di persona non serve, per chi invece non sa chi fosse ne ha scritto ieri il giornale locale. Ritorno ai cinque sensi, da ritrovare in quei dettagli minuti che sembrano secondari ma che messi insieme ricostruiscono l'essenza vera di una persona.
Sento il suono del rasoio sulla pelle ruvida nel racconto di mio padre ragazzino che faceva la barba a suo nonno infermo e, qualche anno dopo, il suono dello schiaffo che suo padre gli diede per fargli lascare una fidanzata sbagliata. "Ha fatto bene - diceva sempre papà - perchè poi ho conosciuto vostra madre".
Vedo il suo sorriso, timido e insieme soddisfatto, nelle foto del loro matrimonio del 1960 e della riconferma a 60 anni di distanza, e lo stesso sorriso soddisfatto ritrovo a fine pista, poco più di un anno fa, accompagnato da un po' di fiatone per aver sciato una mattinata intera nell'inverno soleggiato dei suoi 92 anni.
Respiro il profumo della terra bagnata dell'orto che ha innaffiato, sera dopo sera, per tutti i quarant'anni e oltre in cui ha potuto costruire la casa dei suoi sogni, che partiva da un indispensabile spazio all'aperto. E aspiro il profumo dei funghi che chiamava prataioli e che coglieva solo lui, ignorati da chi invece non se ne intendeva; poi li cucinava in tecia, come aveva imparato da sua mamma, e l'aroma si spandeva per tutta casa, rendendola ancora più "casa".
Gusto il ricordo del vino che imbottigliavamo insieme in cantina, noi bambini a bere il sorsino in più che ogni tanto non permetteva l'inserimento del tappo, il lusso di un permesso accordato una sola volta l'anno, fin a che ci mandava a letto, allegri ed inebriati. E gusto il burro che preparavamo insieme con il latte di montagna dentro la penagia, la zangola di legno di famiglia che da ora in poi farà probabilmente solo da portaombrelli.
Tocco il legno liscio di taglieri e mestoli che si divertiva a ricavare dagli sfridi della falegnameria, che ci regalava orgogliosamente a Natale, unici taglieri e mestoli che tutti noi in famiglia usiamo da sempre. E accarezzo con lo stesso affetto il casco da moto che mi diede quando decise di vendere il suo amato due ruote rosso, consapevole che, dopo una gioventù da scavezzacollo ed una carriera da nonno motociclista, superati i settant'anni conveniva diventare ancora più prudenti e dedicarsi esclusivamente alla bicicletta.
Oggi salutiamo papà, che rimane nei nostri ricordi e nei nostri cuori, ma anche nei gesti e nelle scelte quotidiane, perchè attraverso lui siamo le persone che siamo.
Pucci, Trapulin, Tasselot e Topo
- rivoli affluenti:
- l'amore è una cosa meravigliosa
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