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una versione italianizzata dell'annindofu, gelatina cinese di mandorle con frutta

Con a cena da me amici cingalesi, dovevo pensare ad un menù estivo fresco che, per limiti di alcuni convitati, non contemplasse carne e uova. Di antipasti e primo parlerò più avanti e come secondo ho proposto degli spiedini di pesce nelle zucchine , questa volta preparati con ricciola al posto di tonno e salmone. Qui oggi ne racconto il dessert, visto che in questa rassegna di piatti estivi ancora mancava un dolce. E' come tutte quelle della serie, una ricetta adatta al caldo, sia per ingredienti che per brevità di cottura. E no... non è la solita cheese cake, ed inoltre manca di uova e latticini, si tratta di un dolce di origine asiatica. Lo annindofu (杏仁豆腐) è infatti un "budino" di armelline (la mandorla dell'albicocca), nata in Cina, dove si usa gelatina, e da lì diffusasi in Giappone, dove si addensa con agar agar (gelatina di alghe) e nel Sudest asiatico (dove si usano quasi sempre polverine pronte per farsi il "tofu di mandorle"). Lì la gelatina viene ...

gỏi cuốn, gli involtini estivi vietnamiti

Torno in Asia per la serie di ricette estive con una genialata vietnamita in cui la fonte di calore è quella di un fornello acceso solo per 5 minuti: i  gỏi cuốn . Sono gli involtini di carta di riso, il cui nome significa "involtini di insalata". Contengono erbe e verdure crude, a volte noodle di riso o soia e a volte anche proteine, le più tipiche gamberi e/o maiale cotti. I noodle non sempre sono presenti ma ovviamente rendono gli involtini più ricchi e danno loro maggiore volume, quindi si inseriscono di solito quando i gỏi cuốn rappresentano il piatto principale o unico di un pasto, si vedono raramente se gli involtini fungono da antipasto o snack. Conviene comunque utilizzarli quando si è alle prime armi perchè, posti alla fine sopra gli altri ingredienti di farcitura, aiutano con il loro peso a tenere il ripieno fermo e compatto, agevolando l'arrotolamento. Ed è questa la vera ragione per cui la mia versione degli involtini vietnamiti, tipicamente estivi e festaio...

melanzane, ohitashi e altre storie giapponesi

A conclusione del racconto dei contributi giapponesi condivisi in una cena tra amici di qualche settimana fa, dopo cavolo rapa in doppia versione e cavolo rosso pancetta e zenzero arrivo alle melanzane. Qui nel blog credo sia la verdura protagonista di più ricette in assoluto... e pensare che da bambina le melanzane nemmeno mi piacevano! A livello giapponese la prima versione di melanzane stufate è addirittura di luglio 2009, l'ultima di melanzane con carne di luglio 2025, passando attraverso preparazioni anche davvero insolite, come un dolce di melanzane e persino una ricetta, sempre giapponese, di melanzane crude . Oggi parliamo di una tecnica mista, lo yaki-bitashi, 焼き浸し : ovvero melanzane prima passate alla piastra e poi marinate. Fa parte delle varie sotto-tecniche dello ohitashi , ( お浸し , dal verbo hitasu , 浸す , lasciare a bagno), la marinatura giapponese "gentile" di cui ho parlato nell'ultimo corso di "Cucina tradizionale giapponese meno conosciuta...

ma perchè finisco sempre in Giappone, pure con cavolo rosso e pancetta?

Che fare con un cavolo rosso e della pancetta che qualcuno ha comprato e messo in frigo così, senza consultarmi? La prima idea non è per niente italiana od alpina, come sarebbe normale, bensì un  okonomiyaki  in variante colorata. Dunque Giappone.  Poi, pensando ad antipastini per la cena tra amici  di cui parlavo qualche giorno fa, mi sono risolta a cuocere insieme cavolo e pancetta come, udite udite, si fa (sempre) in Giappone usando una tecnica curiosa che chiamano kasane-mushi , 重ね蒸し, cotto a strati a vapore.  La presenza di brodo di pollo in alcune versioni della ricetta tradizionale mi fa domandare se per caso l'origine di questa tecnica sia cinese... Be' non proprio: se la cottura a vapore nasce in Cina oltre 3000 anni fa e arriva in Giappone grossomodo verso il X secolo d.C. tramite la Corea, l'idea di cuocere a vapore strati alternati di carne e verdura si deve al nutrizionista giapponese  Ogawa Hokei, la cui teoria di terapia dietetica agli inizi...

Moritsuke, la complessa arte giapponese dell'impiattamento

Come dico spesso: in Giappone ogni piccolo gesto può diventare una forma d'arte. Facendo nelle scorse settimane esperimenti di impiattamento per una serie di conferenze da tenere sul Moritsuke ,盛り付け,dove mori (盛り)è “porzione” e tsuke (付け) "disposizione”, ho dovuto cucinare alcune pietanze per poterne poi studiare la disposizione in stoviglie correttamente selezionate. Non entro ora in merito ai dettagli di questa sorprendente arte, di cui ho scritto in parte nel libro Sahō * e di cui invece do dimostrazione pratica ai Japan Days  di dicembre a Roma. Ne' commento qui i risultati estetico-compositivi dei miei primi, timidi tentativi di esprimermi con procedure che richiedono competenze profonde e complesse, legate non solo a forme e colori come potrebbe sembrare a noi, ma anche a concetti come yin-yang , stati d'animo del cuoco, considerazione nei confronti dell'ospite, rispetto dello spazio, stagionalità e tanto altro ancora. Semplicemente qui nel blog riporto tre...

precisazione:

Per carattere tendo a tenermi in disparte e so che un comportamento simile in rete rema contro la normale volontà di visibilità di un blog che si rispetti: ho ricevuto spesso critiche per questo.
Mi hanno anche fatto notare che non sempre racconto le manifestazioni a cui sono invitata da aziende e che non polemizzo con chi ha utilizzato i miei testi o le mie foto senza citare il mio blog.
Ringrazio con passione chi mi rivolge queste critiche per affetto e chi mi sopporta lo stesso, nonostante non segua i loro consigli!