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pere e cetrioli per la luna bianca di tsukimi

Questa sera sarà luna piena. Non so voi ma io farò come i Giapponesi, che si riuniscono in famiglia o tra amici per ammirarla, bevendo sake e cercando di intravvedere tra le ombre della sua superficie la sagoma di un coniglio che pesta il riso per ricavarne dei mochi , i dolcetti di riso che proprio stasera accompagneranno la serata. Si tratta dei riti dello Tsukimi , la contemplazione della luna piena di metà autunno, che avevo raccontato nei dettagli  qui  e che rappresenta uno dei tradizionali appuntamenti dei Giapponesi con le stagioni ed il loro sfumare l'una nell'altra, tanto che le nostre quattro stagioni usuali, che hanno periodi leggermente sfalsati rispetto ai nostri per differenze sia microclimatiche che culturali, in Giappone sono annunciate da una quinta stagione (il cinque è un numero molto amato, in quella terra!): si chiama  Doyo e coinvolge i 18 giorni che precedono l’inizio di ognuna delle stagioni canoniche.  Inoltre esistono 24 “sottostagioni”, raccolte nel
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pancakes di banane, casualmente senza uova e volutamente senza moda

So che impazzano, soprattutto Oltreoceano ma un po' anche qui, mode gastronomiche in cui regimi alimentari legati a patologie specifiche, a scelte morali di vita o ad altre necessità particolari vengono seguite da molte persone che non ne avrebbero in realtà bisogno ne' motivazione profonda in quanto ritenute indiscriminatamente "buone e salutari" per chiunque, senza la prudenza di consultarsi in merito con un medico o con uno specialista in nutrizione.  Ovviamente ciascuno è libero di fare scelte personali, se ne assume la responsabilità e non ha diritto a giudicare chi si comporta diversamente... quindi non c'è da stupirsi se prendo una ricetta di quelle "no glutine, no latticini, no uova" eccetera e me la trasformo a gusto personale.  Si tratta dei pancake di banane, che ho preparato qualche giorno fa per una colazione a due un po' speciale. Non per scelta vegana, egg free o light, ad essere sinceri, semplicemente perchè avevo due banane molto ma

polpette di agnello in omaggio a La Rioja

In questo periodo, come avevo già detto in articoli precedenti, la voglia di ricominciare a viaggiare si è fatta potente e cerco di contenerla mettendo in tavola sapori ispirati dai Paesi in cui vorrei tornare o che vorrei scoprire.  Parlo raramente della Spagna, ad esempio, che è uno delle mie nostalgie più forti. Ne conosco bene la parte meridionale e centrale e mi piacerebbe conoscerne meglio tutto il nord, di cui mi affascinano profondamente sia il lato selvaggio che quello storico, entrambi molto legati alle narrazioni ed alle esperienze profonde del Cammino di Santiago.  Me lo sono studiato bene, il Camino Frances , tanto da ricostruirlo qualche anno fa, per una cena storica a tema, ripercorrendo il tracciato dai Pirenei a Finisterrae attraverso le specialità gastronomiche di epoca medievale e rinascimentale dei vari territori che un antico pellegrino avrebbe incontrato nel suo viaggio.  Una delle tappe “classiche” del Cammino è Logroño, capitale della regione de La Rioja, la zon

esercizio di yoshoku inverso: zucchine e cipolle "alla giapponese"

Oggi è un piccolo momento "inversamente yoshoku" , visto che presento un piatto non cucinato da giapponesi con ingredienti stranieri ma preparato da una casalinga italiana con ingredienti giapponesi.  Ne sono protagoniste le zucchine, verdura oramai diffusissima nel Paese nonostante ne sia iniziata la coltivazione in Giappone solo in pieno '800, solo dopo la loro parente americana zucca che arrivò sulle tavole nipponiche poco prima della fine del '700. Che le zucchine siano una verdura relativamente "nuova" per i Giapponesi è testimoniato dal loro nome, "zucchini", di chiara derivazione occidentale, che viene scritto in katakana, i caratteri destinati alle parole straniere.  Ciò nonostante sono divenute rapidamente protagoniste quasi d'obbligo delle "zuppe del giardino del tempio" (o unpen-jiru , come le definisce Elisabeth Andoh),天ぷら tenpura e かき揚げ kakiage stagionali, oltre che di molti piatti giapponesi estivi di nuova generazione,

pollo riso e curcuma: Hainan, Singapore o Filippine?!

Da qualche anno, anche pre-Covid, per ragioni assolutamente indipendenti dalla mia volontà sto viaggiando decisamente molto poco rispetto di prima, per lo meno al di fuori dell'Italia.  Però il mio destino gastronomico da globetrotter non si è dimenticato di me e mi continua a mandare amicizie, conoscenze e contatti dai luoghi più disparati del mondo. Tra loro si incrociano in modo a volte curioso, come questa amica filippina che, tornata in Italia dopo qualche mese in patria, mi porta in dono delle radici fresche di curcuma ed il racconto di un piatto spettacolare che ha assaggiato durante un suo soggiorno a Singapore. Non ne ricorda esattamente il nome ma quando comincia a descriverlo, "un pollo cotto a vapore con tante spezie e poi servito con riso preparato con l'acqua del pollo: un po' grasso ma buonissimo" a me viene in mente la ricetta cinese del pollo come lo si prepara nello Hainan, un arcipelago a sud della Cina.  A Singapore, dice l'amica, è un pi

teglia di melanzane e ceci alla faccia degli gnocchi improbabili

Mi ricordavo vagamente degli gnocchi di farina di ceci e semolino, che poi ho ritrovato sul numero di  maggio 2002 de La Cucina Italiana, anche se le proporzioni mi sono sembrate subito un po' strane. Diciamo che sono partita da lì e poi il mio esperimento mi ha portato in un'altra direzione.  Ovviamente le melanzane sono regine in questa cucina, visto che l'essere le attende trepidante per tutto l'inverno, quindi ho unito la mia curiosità per quegli strani gnocchi alla mia passione per le spezie ed alla sua venerazione per le melanzane, con il risultato che segue. D'altro canto melanzane e ceci funzionano benissimo con qualche profumo aggiuntivo, come in questa insalata marocchina  o addirittura in questa ricetta con formaggio svizzero . Il mix spezie che ho usato qui servirebbe tradizionalmente per i pichos moruno s, dei profumatissimi spiedini di carne che rappresentano un must della cucina andalusa, quella che tanto deve alle influenze della lunga dominazione a

tanti piccoli assaggi tricolori

Dopo aver seguito in tv tutte le partite dell'Europeo trasmesse dalla Rai, anche un po' mio malgrado, devo ammettere, si è arrivati alla finale e l'essere che mi vive a fianco ha preferito, non so se per scaramanzia o altro, che seguissimo anche l'ultimo incontro noi due soli, come avevamo fatto fino a quel momento.  E così, per non annullarmi completamente nel diluvio di calcio per me davvero insolito, ho dedicato la domenica della finale a preparare una serie di snack e piattini tutti tricolori, che ci avrebbero sostenuto durante il tifo, per poi festeggiare un buon risultato o consolarci di una sconfitta. Ricordo diverse altre cene tricolori in occasioni simili, anni fa, e allora si erano condivise sempre con amici. Sarà per quello che ho voluto abbondare in varietà: a compensare l'ancora scarso entusiasmo, purtroppo, per esperienze che coinvolgano un gruppo numeroso. Senza profferire verbo sull'esito dell'incontro, che altri più esperti di me dal punto d

una versione poco probabile della pasta alla Nerano

L'essere napoletano che mi vive a fianco non conosce gli spaghetti alla Nerano... ma  i colleghi di lavoro gliene hanno parlato e siccome ha sentito che dovrebbe esserci molto fritto mi ha chiesto di farglieli assaggiare. Caratteristica che differenzia gli spaghetti alla Nerano da della banale pasta con zucchine è la cremosità del condimento, ottenuta con l'impiego di Provolone del Monaco. Il formaggio deve questo nome agli ampi mantelli con cui si coprivano i pastori che fin dal '700 dai monti Lattari scendevano a Napoli per vendere i loro prodotti, manti che li facevano assomigliare a dei monaci. Per il nome del piatto, invece, sembra si debba ringraziare la trattoria Maria Grazia a Marina del Cantone, un paesino che si affaccia sul golfo di Nerano, proprio sulla punta della Costiera Amalfitana, che si dice sia stata la prima negli anni '50 ad aggiungere il provolone a pasta e zucchine fritte. Ne raccontavo meglio la storia qui . Il mio testo storico di riferimento p

un'idea vagamente thai di pollo melanzane cocco

Cerco sempre di essere coerente con le tradizioni locali, quando preparo un piatto tipico di una cultura gastronomica diversa dalla nostra, perchè la filologia culinaria è una forma di conoscenza per me, di rispetto storico per gli altri e anche di coerenza gustativa per offrire esperienze credibili a chi poi condivide con me l'assaggio.  Poi capitano i giorni in cui, invece, accosto gusti secondo ricordi vaghi, lontane letture magari di origine dubbia, assonanze casuali... e ne escono piatti che sembrano avere un loro  strano perchè, nonostante non appartengano alla storia e di fatto, nemmeno al palato di nessuno. E' il caso di questo pollo con melanzane e cocco, che parte da qualche vago spunto thai che mi è rimasto sul fondo della memoria ma che certamente thai non è, visto che, tanto per dirne solo una, le melanzane lì sono piccole come mirtilli e dal sapore più amaro ed intenso delle nostre! Ma anche solo l'idea d'insieme mi intriga, quindi vado di mio, aggiungendo

ravioli aperti a vapore cantonesi: un antistress naturale

Quando ti capita una giornata in cui devi farti passare il nervoso non c'è niente di meglio che dedicarsi in cucina a qualche operazione ripetitiva e leggermente complessa, che catturi la tua concentrazione e diventi una forma di antistress naturale.  A questo scopo si prestano perfettamente gli  siu mai , shumai , xiao mai , shāomai ,  xiumai ; la trascrizione di 烧卖 cambia a seconda del sistema di traslitterazione di riferimento e anche dell'epoca, ma sono tutti nomi che significano una cosa sola: “ravioli”, e in specifico sono i ravioli cinesi a vapore. Sono nati nel nord della Cina come parte dei dim sum (letteralmente “tocchi del cuore”), gli snack che fino dal X secolo si servivano nelle case da tè lungo la via della Seta. Hanno forme e ripieni e forme diverse ma i più famosi sono quelli aperti di Guangzhou, nel Canton, porto commerciale antico e ricco di scambi anche culturali. In Italia i ravioli aperti più diffusi sono quelli farciti di gamberi e decorati sulla cima

precisazione:

Per carattere tendo a tenermi in disparte e so che un comportamento simile in rete rema contro la normale volontà di visibilità di un blog che si rispetti: ho ricevuto spesso critiche per questo.
Mi hanno anche fatto notare che non sempre racconto le manifestazioni a cui sono invitata da aziende e che non polemizzo con chi ha utilizzato i miei testi o le mie foto senza citare il mio blog.
Ringrazio con passione chi mi rivolge queste critiche per affetto e chi mi sopporta lo stesso, nonostante non segua i loro consigli!