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torta salata di riso al limone... e salsiccia, tra Armenia e napoletanità!

Tra i tanti spunti derivati della mia esperienza insieme a Rustichella d'Abruzzo c'è il confronto con  le persone che, provenienti dalle zone più disparate del pianeta, hanno viaggiato con me alla scoperta di quello splendido territorio.

Uno degli incontri per me più rivelatori, è stato quello con l'armena Naira: nelle ore trascorse a parlare con lei mi sono resa conto di conoscere molto superficialmente la storia del suo popolo, antichissimo, fiero e martoriato. Di ritorno, quindi, parallelamente all'approfondimento della cultura gastronomica abruzzese ho intrapreso anche un viaggio in quella armena, che racconta usanze e territorio ma anche  le tragedie e le vittorie del popolo armeno.

Come lo scorso anno avevo pensato ad un menù di Pasqua a colpi di ricette marocchine per l'agnello e per i suoi tre contorni, il mio Natale a tavola è stato totalmente abruzzese (sì, lo so, qui non ne ho parlato. Ma questo fa parte del silenzio del blog su moltissime cose che più …
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cotoletta panata in carpione per il mio primo amore volato via

Credo che ognuno di noi in cuor suo sappia riconoscere quegli istanti specifici che, in una vita, lo hanno fatto crescere. Oggi voglio parlare dei due momenti in cui per la prima volta mi sono resa conto di essere un essere pensante, una "persona" vera e propria e non solo una bambina, e poi mi sono sentita una donna, nonostante non avessi ancora tacchi, trucco, seno e quant'altro. Si collocano entrambi nella mia pre-adolescenza.

Il mio primo flash di consapevolezza  arrivò al mio undicesimo compleanno, quando la mia zia evoluta mi regalò Il gabbiano Jonathan Livingston. A guardarmi così indietro mi faccio tenerezza da sola: la storia di un essere che con la mente poteva arrivare a distinguersi dagli altri e addirittura a sperimentare la telecinesi mi folgorò, costringendo il ragnetto che fisicamente ero allora ad essere fiero almeno della propria intelligenza ed a coltivarla con cura ed orgoglio, perchè fosse davvero solo mia, "diversa" e a suo modo unica.

Dop…

dedica a mio padre con arrosto ai funghi e fichi

Ho trascorso qualche giorno pensando con inconsueta frequenza a mio padre. Poi ho saputo (evidentemente il sangue non è acqua!) che era caduto e, una volta convintosi ad andare dal medico dopo giorni di resistenza, aveva scoperto di avere delle costole incrinate.

Avei voluto andare da lui ma credo di avergli fatto un favore rimanendo a casa mia, forzata da una stupida influenza. Lui è uomo di altri tempi, con il dovere morale di mostrarsi una roccia: avrebbe mal sopportato l'ennesima persona al suo capezzale preoccupata per lui.

Nei giorni precedenti, quando pensarlo era inconsapevole del suo attuale disagio, avevo elaborato una ricetta che mi sembrava adatta al suo gusto. Così, appena la febbre mi ha dato tregua, ho cucinato come fosse per lui. La mia ricetta ha funghi e fichi ed il motivo, appare evidente, non è certo la stagione!

D'estate in monagna portava sempre noi bambini nei boschi, insegnandoci a cogliere i mirtilli senza rovinarne le piantine e a distinguere i fungh…

polenta viola e moscardini rosè... viaggiare per tornare (vicino) casa!

Sono cresciuta in una famiglia appassionata di polenta e fino a che c'è stato mi nonno praticamente era il "piatto speciale" di ogni domenica. C'era chi la preferiva accompagnata dallo spezzatino, chi dalle salsicce, chi dai funghi, chi dal formaggio, chi dai cetrioli (!), chi dalla soppressa, chi dal baccalà, chi tuffata in una tazza di latte... La cosa che non cambiava mai era la polenta in sè: rigorosamente gialla e rigorosamente "soda".

Perché della polenta esistono fondamentalmente due partiti: quello della "polenta vera", come sostenevano a casa mia, e quello da loro decisamente disprezzato della "polentina molla", ovvero della polenta cremosa. In famiglia erano solo due gli estimatori della seconda versione: una delle mie adorate zie anziane, sorella di mio nonno... ed io, che da lei ho imparato il trucco per ottenere una polenta morbida e cremosa anche se si parte da farina bramata. E che così la preparo sempre, tranne quando vi…

la qualità dei contenuti: zuppa di taro yoshoku

Sono momentaneamente orfana di macchina fotografica, uno dei tanti piccoli guai con cui è iniziato questo nuovo anno. In attesa che il destino si decida prima o poi a sorridermi (spero!), continuo a cucinare. Anche se, dato il periodo, si tratta per la maggior parte di piatti molto semplici e di scarso interesse per il blog, per cui alla fine, se decido di pubblicare lo stesso, basta uno scatto veloce con il cellulare.

Anche la zuppa di oggi appartiene alla categoria "piatti del caso", creato da quello che c'era senza un grande pensiero dietro, quindi senza una valenza tale da finire in rete con convinzione. Almeno per come concepisco io la pubblicazione di una ricetta.

Poi vedo su facebook far faville un passato di zucca o un riciclo di panettone a strati con panna montata, per non parlare di altri social dove non serve nemmeno una ricetta perchè basta una foto, e mi viene il dubbio di essere io quella sfasata e non tutto questo pubblico osannante. Se mi fermo a pensar…

il deragliamento di una zuppa di fagioli che diventa crema di piselli e indivia

Un mese di silenzio sul blog, che non deriva dal turbinio delle feste o da chissà quali impegni di vita, ma semplicemente dalla necessità di chiudermi un poco in me stessa e riflettere su cosa vorrei che mi aspettasse. E su come fare in modo di realizzarlo.

Non ero sui "temi di stagione", insomma: per chi pubblica di cucina in qualsiasi forma questo mese è stato il tempo prima di ricette natalizie dedicate a biscotti, regali mangerecci, poi di idee per pranzi e cene delle feste, e nei giorni seguenti era il tema del riciclo a dominare, per finire ora quello dei piatti detox.

Io invece mi sono gustata per tutto il tempo la pura l'atmosfera natalizia, che poco per volta mi ha avvolto come una estrema coccola, caratterizzata da piatti caldi, densi, brodosi, accoglienti. Quelli che accentuano la meravigliosa sensazione di potersi rifugiare in casa chiudendo fuori un clima rigido o la stanchezza di un anno impegnativo.

Non ho avuto poi in effetti tempo per veri esperimenti i…

quella volta che tenni un corso di cucina giapponese...

No, il titolo esatto di questo post dovrebbe essere: quella volta che pensavo di tenere un corso di cucina giapponese ma, invece di insegnare ad altri, imparai io qualcosa di me stessa.

A differenza di numerose altre occasioni precedenti in cui mi era capitato di parlare in pubblico della cucina giapponese, questa volta non si trattava trattato di sola teoria: alle informazioni di tipo culturale avevo affiancato una dimostrazione pratica di cucina. Ovviamente casalinga, perchè quello è il mio livello!
Ecco come il katei ryori, la cucina domestica, è diventato argomento di discussione e modalità di condivisione ad un incontro tra appassionati e curiosi di Giappone: lì abbiamo sottolineato le differenze tra i piatti di casa e le arti culinarie degli chef professionisti dei ristoranti, lì ho evitato di nominare il sushi se non per raccontare quanta esperienza serva per avvicinarcisi in modo corretto, e sempre lì spero che i partecipanti abbiano fatto proprie alcune basi tecniche, come c…

per merenda: choco-banana un po' più giapponese del solito

Secondo la tradizione dello street food giapponese, negli yatai (bancarelle) di sagre e feste popolari non possono mancare una serie di dolcetti golosi, in parte di grande tradizione ma a volte derivati dall'incontro con gusti ed ingredienti occidentali, che hanno nel tempo sviluppato una propria dignità gastronomica fino a divenire quasi simbolo delle nuove generazioni.

E' questo il caso dei choco-banana, in cui perfino il nome non cerca di assomigliare a niente di classicamente giapponese! In effetti la frutta, quasi tutta di importazione, è sempre stata rara e molto costosa in Giappone quindi non rientrava nella preparazione dei dolci tradizionali, mentre il cioccolato non era conosciuto ai più fino al dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il protettorato statunitense lo introdusse nel Paese insieme a tanti altri prodotti occidentali, alimentari e non. Ecco che un dolcetto a base di banane e cioccolato non poteva che nascere ed essere apprezzato, dunque, solo in tempi mo…

l'umami dell'umani: patate dolci stufate alla giapponese

Ultimi giorni di preparazione, mentale e pratica, prima dell'incontro di cucina giapponese del 26 novembre a Casa Cortella, dove si chiacchiererà del rapporto del cibo giapponese con le stagioni e di tutto quanto fa "cultura della tavola" nel paese del Sol levante.

Tra le varie cose impareremo quel paio di basi fondamentali come cuocere il riso bianco e preparare il brodo dashi, senza i quali in Giappone praticamente un pasto non può dirsi tale. Oggi, in attesa di assaggiare alcuni fantastici utilizzi del brodo dashi appena fatto, racconto invece una ricetta classicissima che utilizza il brodo avanzato.

La uma-ni è infatti una tipica stufatura casalinga che ha la caratteristica di conferire un intenso sapore umami alle pietanze e di esaltare la naturale dolcezza di ogni ingrediente, sottolineata non solo da zucchero e mirin (vino dolce di riso, usato solo in cucina) ma esaltata per contrasto da, appunto, dashi e salsa di soia.

In questo caso l'ingrediente principale…

precisazione:

Per carattere tendo a tenermi in disparte e so che un comportamento simile in rete rema contro la normale volontà di visibilità di un blog che si rispetti: ho ricevuto spesso critiche per questo.
Mi hanno anche fatto notare che non sempre racconto le manifestazioni a cui sono invitata da aziende e che non polemizzo con chi ha utilizzato i miei testi o le mie foto senza citare il mio blog.
Ringrazio con passione chi mi rivolge queste critiche per affetto e chi mi sopporta lo stesso, nonostante non segua i loro consigli!