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facciamo finta che le pesche siano un dolce...


Gita al lago, qualcosa di semplice e fresco per far merenda sotto un pergolato, ancora qualche giorno di vacanza davanti... cosa c'è di meglio? E poi qui si celebra un evento: il primo post dolce (va be', "dolce"... si fa per dire!). Diciamo che qui passa come macedonia, giusto perchè qualche dessert prima o poi deve comparire, ma riducendo lo zucchero a 1 cucchiaino ed aggiungendo qualche foglia di rucola ed un pizzico di sale sul melone... abbiamo un antipasto!

Ok, io sono appassionata di contaminazioni, ma che il cetriolo sia della stessa famiglia del melone non me lo sono inventata io, perchè dunque non avvicinarli? E per addolcirli qualche spicchio di pesca, storicamente coltivata insieme alle viti (che oggi ci riparano dal sole di questa terrazza). La pesca che, come la pera ed altri frutti facilmente deperibili, erano considerati una prelibatezza degna solo dei palati più nobili, da servire a fine pasto.

Fino a '500 avanzato, quando dominava la medicina galenica, si preferiva consigliarla cotta od accompagnata da vino, per "temperarne l'umore freddo o acido". Nel suo trattato del 1614, invece, Giacomo Castelvetro sosteneva già che la pesca fosse"delicatissimo frutto". Nel paragrafo ad essa dedicato, Delle pesche o persichi, raccontava infatti che:

"[...] ordinariamente crudo si mangia; e alcuni nol mondano, ma col tovagliuolo od altro panno nettano bene la sua scorza e perciò allegano un motto che dice: 'All'amico monda il fico ed il persico al nimico'.

E perchè alcuni vogliono che, come egli è grato alla bocca, che così sia al corpo poco sano, onde, per giuocare al sicuro, que' tali se ne fanno in ottimo vino zuppe, perchè vogliono che il vino lievi ogni rea qualità [...]; ché io, per me, credo che così faccio più per golosità [...].

Altri ne rinvolgono in carta bagnata a cuocer sotto le ceneri ben calde, né son già cattivi. Se ne condiscon molti in zucchero, e ne fanno una pasta anzichenò dura, che chiaman persicata; [...] e le nostre donne di villa ne seccano ancora buona quantità, aperti pel mezzo e trattone i nocciuoli loro, che si mangian poi nella quaresima."

Accetto il tradizionale suggerimento della pesca zuccherata, ma per questa merenda ci metto anche del mio:



Macedonia di pesche, melone e cetrioli
dosi per 4/6 persone:
un piccolo melone bianco (c.a 1,2 kg.)
3 pesche
1 cetriolo
5 foglie di basilico
3 cucchiai di zucchero (per la versione insalata: 1 cucchiaino)
1/2 bicchierino di Maraschino
1 pizzico peperoncino rosso in fiocchi
(per la versione salata: 1 manciata foglie di rucola ridotte a pezzettini, 1 pizzico di sale)

Ridurre a dadini il melone privato della buccia e dei semi e le pesche ben lavate e snocciolate, riunendo tutto in un'unica ciotola.

Lavare benissimo il cetriolo e senza sbucciarlo ridurlo a lamelle sottili con un pelapatate, unendolo poi alla frutta e tagliare le foglie di basilico in una julienne sottilissima.

Condire il tutto (tranne l'eventuale insalata) con (il sale), lo zucchero, il maraschino, il peperoncino ed una spolverata di basilico e lasciar riposare in frigo coperto per un'oretta almeno prima di servire. (Unire la rucola solo al momento di servire).


  • rivoli affluenti:
  • la bontà della pesca: Giacomo Castelvetro, Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l'erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano, in AA.VV., Gastronomia del Rinascimento, UTET
  • la nobiltà della pesca: Massimo Montanari, Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio, Editori Laterza

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