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Film: Ritrovarsi a Tokyo, con scrofano, miso e accenni di sorprese

In attesa di poter cominciare a breve a mostrare il progetto giapponese che mi ha visto impegnata in questa prima parte del 2025... parlo di nuovo di cinema. Dove sono stata chiamata, oramai qualche settimana fa, per presentare una pellicola prima della sua proiezione. Devo dire che ci sto prendendo gusto... Se il primo film di cui ho pubblicato anche qui nel blog la mia personalissima recensione era francese e parlava di cibo, il secondo era giapponese (come anche altri, che ho presentato al cinema nel frattempo ma non pubblicato qui). Come non riportare dunque su queste pagine anche un film francese ambientato in Giappone? 
Si tratta di Ritrovarsi a Tokyo, titolo italiano di una pellicola che in francese e nelle traduzioni internazionali si intitola "Una parte mancante", mentre in giapponese è 東京物語, Tōkyō monogatari, "Racconto/storia di Tokyo". E' la storia di un padre francese che, separato dalla moglie giapponese, ha perso ogni contatto con la figlia e vive a Tokyo da anni sperando di incontrare la bimba, oramai ragazzina.

Il film è uscito da noi ad un anno esatto dalla modifica della legge giapponese sull'affidamento attorno a cui ruota tutto il racconto, e nella mia introduzione al film ho spiegato le ragioni sociali e culturali che stanno alla base del Diritto di Famiglia nipponico, così diverso dal nostro e a tratti persino incomprensibile, le stesse ragioni che sono la causa della lentezza con cui la legge giapponese si aggiorna rispetto alle rapide evoluzioni della società.

Invito chi legge questo blog con puri scopi culinari a saltare direttamente alla ricetta, perchè non è di cucina che ora scriverò, ma delle ragioni storiche dietro le vicende del film. La storia si dipana all’interno di una serie di regole legate alla custodia esclusiva della ragazzina affidata alla madre, regole ai nostri occhi inconcepibili, ma la buona notizia è che nel frattempo la legge è cambiata. Secondo il Diritto Civile Giapponese, che risale al 1898, la coppia che si sposa viene iscritta al Koseki, 戸籍, il Registro di Famiglia, che di fatto "incorpora" in una sola famiglia di origine, quasi sempre quella del marito, entrambi gli sposi. Si può scegliere a quale famiglia gli sposi apparterranno, ma il coniuge "adottato" perde definitivamente il cognome originario.

In tempi antichi questo serviva a tutelare il coniuge più debole facendolo entrare a pieno diritto nella famiglia più abbiente, oppure anche a preservare in nome della famiglia più importante o che teneva maggiormente a dare quel cognome alle future generazioni.

Stando alla legge giapponese, dunque, il divorzio dei genitori corrisponde tradizionalmente alla scissione del nucleo famigliare, e poiché la struttura della società giapponese non valorizza ancora pienamente il ruolo del padre come figura rilevante nella crescita e nell’educazione dei figli, preservare la “coerenza e la quiete” della vita dei bambini e proteggerli dallo stress di un affido condiviso sembrava la cosa migliore. Per questo dal punto di vista socio-culturale la tradizione vedeva come inappropriata l’intromissione del partner dopo il divorzio: per incoraggiare la formazione di una nuova famiglia occorre preservarne la pace.

Addirittura in caso di divorzio, fino al 2022 l’uomo poteva risposarsi anche subito, la donna doveva aspettare, un tempo 6 mesi, dal 2016 almeno 100 giorni. Ma, ancora oggi, se ha un figlio entro 300 giorni dal divorzio e non si è nel frattempo risposata, l’ex marito risulta il padre legale del bambino. Secondo la visione antica questo serviva ad evitare che il nascituro fosse registrato come "figlio di NN", un marchio sociale allora fortemente penalizzante.

Ma perché ci sono voluti così tanti decenni per aggiornare le leggi in tema di Diritto di Famiglia? Perché, dal punto di vista socio-culturale, il sistema sembra ignorare la centralità del legame affettivo, trattando il bambino all’apparenza come un bene da assegnare, nonostante il Giappone nel 2014 abbia ratificato la Convenzione dell’Aja sui diritti dei minori, compresa la sottrazione internazionale di cui parla il film.

In verità la visione giapponese tradizionale era a suo modo più “pratica” della nostra: se due persone divorziano non ha senso che continuino ad avere contatti, probabilmente litigiosi, a scapito della serenità del figlio, il quale deve imparare a chiudere un capitolo ed a viverne uno nuovo, lasciando al solo genitore affidatario che si risposa la totale responsabilità di scelta.

Per questo l’opinione del figlio nei procedimenti di custodia è raramente presa in considerazione fino alla maggiore età, a differenza di quanto accade in altri Paesi. E, per le stesse ragioni, i diritti di visita non sono garantiti da leggi vincolanti ma lasciati alla discrezione del genitore affidatario, che da solo valuta la necessità o meno del legame affettivo tra il figlio e il genitore che si è allontanato e ne definisce le modalità.

Tutto ciò fino al 17 aprile 2024, quando la Camera Bassa del Parlamento giapponese ha approvato una legge che introduce la possibilità della custodia congiunta, con entrata in vigore prevista per il 2026. Lo studio di tale riforma, partito nel 2019, delineava tre opzioni, poiché le consultazioni pubbliche evidenziavano come una legge affrettata avrebbe potuto avere ricadute pesanti a livello di sistema:
- rendere l’affido condiviso la regola
- mantenere il regime precedente prevedendo l’affido condiviso come eccezione
- istituire un sistema decisionale caso per caso.

Ma le valutazioni caso per caso è opinione comune che tendano a rallentare il sistema, che è ancora più burocratico di quello italiano, soprattutto quando, in caso di conflitto, le sentenze si protraggono. Per questo “senso pratico”, dato che in Giappone la custodia si compone di kangoken, 監護権, l’accudimento quotidiano, comprese le decisioni su salute ed istruzione, e zaisan kanriken, 財産 管理権, l’amministrazione dei beni, il Codice Civile attuale prevede la totale negazione di questi aspetti per il partner non affidatario, che ha il solo obbligo al mantenimento, in modo da eliminare alla radice qualsiasi controversia e qualsiasi eventuale strascico.

Purtroppo nelle separazioni particolarmente conflittuali anche in Giappone come da noi a volte viene giocata la carta della violenza domestica, reale o meno, ed il sistema impiega anni, sempre come da noi, per fare chiarezza in merito, durante i quali il genitore allontanato perde ogni contatto con i propri figli. E, nel caso di genitori stranieri, come in molte altre parti del mondo, si ritiene utile privilegiare le scelte di una vita e di una educazione giapponesi per il bambino, e dunque il genitore che li può garantire.

In sostanza: se il figlio dimentica il genitore assente sarà comunque amato dalla famiglia a cui appartiene, di cui potrà entrare a far parte un nuovo padre o madre senza che il bimbo ne soffra perchè non vivrà conflitti sentimentali e non assisterà a situazioni complicate da famiglia allargata.

Sono così circa 150 mila i minori che ogni anno vengono sottratti dal padre o dalla madre all'altro genitore e l’80% delle separazioni si traduce per i minori nella totale privazione di uno dei genitori. Una realtà complessa, in cui a soffrire non sono solo i padri, come nel film, ma anche tante madri, e non solo stranieri ma anche tanti genitori giapponesi. Un sistema legale fino a poco fa ancora profondamente arcaico non privilegiava, e quindi non tutelava, il legame genitore-figlio, che era spesso trattato come una faccenda privata e un “diritto alla pace” del bambino, e non invece, come invece è recepito da noi, in termini di violazione dei diritti reali del figlio stesso, oltre che del genitore.

Nella scena in cui un tassista giapponese chiede al protagonista delle indicazioni stradali, o in quella in cui il libraio lo saluta quando è in procinto di tornare in Francia, si nota quanto gli altri considerino questo signore francese integrato ed accettato nel suo vivere in Giappone mentre, paradossalmente, la legge non lo riconosce come padre, vista la scelta della famiglia della ex moglie di tenerlo lontano e di considerarlo “straniero” nella vita della figlia.

Sarà interessante capire nei prossimi anni come la legge potrà cambiare questo stato di cose. Intanto, senza spoilerare l'evoluzione della storia per chi non ha visto la pellicola, tornerei al film che vede i protagonisti nell'unico giorno che riescono a trascorrere veramente insieme come padre e figlia, impegnati nell'aiutare dei pescatori a tirare a riva le reti per poi cucinare il pesce sulla griglia in spiaggia.

Il protagonista del film prima di fare il tassista era un cuoco, anche se nel racconto questo dettaglio resta marginale. Mi domando: cosa potrebbe avere imparato uno chef francese sulla cucina di pesce, dopo anni di vita in Giappone? 

Inizialmente volevo rispondermi con il sakana no nitsuke,魚の煮付け, pesce a brasatura veloce", ma non posso rivelarne qui ora la ricetta (ne darò presto conto, come di altre, in un ambito tutto diverso, come dicevo all'inizio). Non penso nemmeno alla preparazione che il protagonista esegue nel film, sakana no shioyaki, 魚 の 塩焼き,pesce semplicemente salato e grigliato, che ha modalità simili in Giappone ed in Occidente. Potrebbe invece, con il pesce, aver imparato ad usare il miso, 味噌,pasta di soia fermentata a cui avevo accennato qui ma che presto tratterò anche nel dettaglio. 

Avrà certamente appreso che esistono molte differenti ricette di pesce al miso, ingrediente che viene soprattutto usato in marinatura, quasi sempre nella sua versione shiro (白,chiara) o saikyo, (西京, delicata e tipica di Kyoto); lo si miscela a sake o mirin, spesso a zucchero ma anche a aromi intensi come zenzero, aglio o peperoncino, per un tempo che va da qualche ora fino a 5 giorni. Il miso brucia facilmente in cottura per questo in genere il pesce viene asciugato dalla marinatura prima di essere cotto alla griglia o in padella, ma le cotture variano in base al tipo di pesce, compresa la brasatura e recentemente anche il forno. 

Questa, dunque, è solo la mia personale versione, per cui scelgo uno Shinshu kioke miso,信州木桶味噌, ovvero un miso tradizionale dell'area di Nagano, a base di soia e riso, fermentato con kōji(麹, spore del riso) e stagionato in grandi botti (kioke) di legno di cedro. Di solito lo Shinshu miso è di colore chiaro ma la versione artigianale che utilizzo è scura, dal sapore intenso e caratteristico. Ecco perchè diluisco semplicemente questa aromatica pasta con un pochino di sake e ci aggiungo un pizzico di zucchero di canna, che donano alla marinatura sfumature caratteristiche di molte ricette giapponesi.

Di solito in Giappone si usano tranci spessi di pesci come merluzzo, ricciola o salmone, che vanno strofinati con il sale, lasciati "spurgare" per un pochino e poi sciacquati, sia per togliere viscosità ed impurità superficiali che per compattarne le carni. Qui uso invece sottili filetti di scorfano* spellati, quindi l'operazione non è necessaria; inoltre posso così anche accorciare i tempi di marinatura e di cottura.

Servo il mio scorfano come piatto unico, accompagnato da riso bianco, cotto così con leggeri profumi, e con un pochino di zenzero marinato ed una verdurina verde, in questo caso insalata. Indipendentemente dalla ricetta, faccio notare che nelle foto di questo post ci sono diverse caratteristiche non giapponesi: il "piatto unico" sviluppato in questo modo, lo stile dell'impiattamento, la posizione della ciotola di riso, la tipologia delle bacchette... solo per dirne alcune. Perché ne faccio cenno? La risposta è parte del progetto in arrivo! 
味噌漬けの魚 - MISOZUKE NO SAKAKA - PESCE MARINATO NEL MISO
ingredienti per 4 persone:
4 filetti di scorfano, in tutto circa 600g
100 g miso rosso
50 ml di sake
10 g di zucchero di canna

Miscelare miso, sake e zucchero fino ad ottenere una crema non troppo fluida; eliminare dal pesce eventuali lische residue; preparare 2 pezzi di pellicola alimentare grandi il doppio di ogni filetto.

Spalmare un quarto del composto di miso su metà di ogni foglio di pellicola, disporre sopra ad ognuno due filetti di pesce senza sovrapporli, distribuire il resto del miso spalmandolo sui pesci e avvolgere poi ogni coppia di filetti nella loro pellicola, badando che non rimanga aria.
Disporre gli involti su un vassoio e tenerli in frigo un'oretta. Al momento di cuocerlo levare i filetti dalla pellicola e togliere il grosso del miso "raschiandone" delicatamente la superficie con il lato non affilato di un coltello.
Per la cottura adotto un sistema che in verità non è tipicamente giapponese, nel senso che l'ho imparato da uno chef italiano: disporre i filetti in una padella antiaderente ed unire un paio di cucchiai di acqua sul fondo.

Accendere al fiamma a fuoco basso e coprire, in modo che si sviluppi un po' di vapore. Dopo un paio di minuti voltare delicatamente il pesce, coprire di nuovo e  cuocere per un altro paio di minuti, fino a che il liquido si è quasi completamente asciugato, quindi spegnere e lasciar riposare qualche minuto ancora, sempre coperto. 
Servire in piatti individuali, eventualmente con accanto un ciuffo di insalatina e un pochino di zenzero tagliato a julienne e con una ciotola di riso a parte. 
  • rivoli affluenti:
  • * qui ho usato ovviamente scorfano italiano ma ci sono due tipi di scorfano in Giappone: 
  • il kasago, 石九公, o "pesce scorpione", che vive nei mari freddi, è molto pregiato, ha polpa saporita ma pelle velenosa, che va rimossa, e si usa cotto intero o per stufati
  • il mebaru, メバル, letteralmente "occhi sporgenti", più diffuso, presente tutto l'anno ma migliore in primavera e inizio estate, ottimo per sashimi, fritto e grigliato.

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